Blót: le festività nordiche

Blót è un sostantivo Norreno, dal Proto-Germanico *blōtą (offrire, sacrificare), derivato dal verbo blóta, che significa appunto adorare (con sacrificio), sacrificare.

Il sacrificio è il perno sul quale si struttura il rituale. La tradizione, difatti, fornisce ampio riscontro, sia nel mito che nelle saghe, dell’importanza che questo riveste. Il sacrificio corrisponde all’atto magico stesso, attraverso il quale viene richiesto l’intervento della divinità.

L’importanza del sangue (bloð) è evidente.

La pratica sacrificale del Nord presenta forme e vittime diverse in probabile relazione alla divinità cui il sacrificio veniva offerto […]. Ancora in epoca vichinga è testimoniato l’uso dei sacrifici umani, la cui pratica era diffusa fra i Germani.

“I miti nordici” di G. C. Isnardi


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Finalità principali del rituale

Le festività non erano solamente il momento per onorare gli Dei, ma avevano grande importanza a livello sociale. Tutta la comunità si radunava per festeggiare insieme e per rinnovare i legami con gli Dei e con gli uomini. Condividere il cibo, bere insieme, raccontare le storie, tutto ciò serviva per rinforzare la comunità e per sviluppare i legami forti che dovevano esserci tra i membri della stessa famiglia. Ci si doveva poter fidare dei compagni durante la battaglia e ci si doveva sostenere a vicenda se si voleva sopravvivere.

Si configurano differenti tipologie di offerte, riconducibili per lo più a tre richieste principali:

  • prosperità e pace, til árs ok friðar;
  • vittoria, til sigrs;
  • divinare il futuro, til fréttar.
Midvinterblot, Carl Larsson.

Da sottolineare che il luogo dove veniva svolto il rituale non era certo scelto a caso.

La struttura dove avveniva il blót veniva chiamata hov (la somiglianza col termine hof dal tedesco è impressionante) . Molte chiese vennero edificate al di sopra degli hov e gli scavi nei livelli medievali di Mære nel Trøndelag e nella vecchia Uppsala lo confermano.

C’erano anche altri luoghi consacrati chiamati Horgr che significa “tumulo” o “montagna”, Ve ovvero “luogo sacro”, Lund il “bosco sacro” e Haug.

Le leggi cristiane proibirono l’adorazione degli Horgr e conseguentemente i tumuli degli antichi.


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Il rituale

Nella Saga di Hákon il Buono, contenuta nell’Heimskringla, Snorri Sturluson descrive in dettaglio il blót celebrato da Sigurd, conte di Hlader e figlio di Hákon. Da qui, infatti, è stato possibile estrapolare i principali elementi che ancor oggi costituiscono il rituale.

Il blót conta tre parti essenziali:

  • consacrazione;
  • condivisione dell’offerta;
  • libagione.

Il rituale si apre con la consacrazione dell’offerta e l’invocazione degli dei, a cui è rivolto il blót.

Nella saga ritroviamo il sacrificio degli animali, il cui sangue prende il nome di hlaut. Con l’hlaut, raccolto in una ciotola, l’hlautbolli, si aspergono le pareti del tempio e i presenti. L’officiante recita un galdr, oppure legge un passo dell’Hávamál e invoca la divinità. Successivamente, prende il corno e versa l’idromele, o la birra, e traccia su esso il simbolo del Mjöllnir, offrendolo dunque agli dei assieme alla richiesta, affinché l’accettino con il sacrificio. Il corno viene quindi fatto passare tra i presenti, in modo che ciascuno ne beva. Pertanto, l’officiante versa quel che resta dell’hlaut sulla terra, come ulteriore offerta.


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Oggi

Naturalmente al giorno d’oggi non vengono più offerti in sacrificio animali né viene utilizzato il loro sangue ma è possibile fare un’offerta con l’idromele (o della bevanda più idonea) presso un luogo a noi particolarmente sacro a contatto con la natura.  Alla prossima festività, radunate la vostra sippe (famiglia), bevete e mangiate insieme, raccontate le storie, e soprattutto fate in modo di proteggere e nutrire l’amicizia e la fratellanza che vi legano.


 

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